Russia: Quando il vento soffia, ma mancano le vele: risposta a Jakushev

di Anton Baumgarten
 
Le tesi espresse nell’ultimo saggio di Dmitrij Jakushev «Tesi sulla prospettiva socialista in Russia dopo Putin»[1] meritano un’attenta analisi. Le questioni teoriche generali discusse sono estremamente importanti, a maggior ragione per il fatto che l’Autore le passa in esame attraverso il prisma del momento storico attuale, il passaggio del potere presidenziale in Russia da Putin al suo successore Dmitrij Medvedev. Purtroppo, egli scrive di cose serie con una sconvolgente negligenza però sia rispetto ai fatti che alla logica stessa, e non solo giungendo a conclusioni affrettate, ma presentando queste ultime sotto forma di indiscutibili assiomi. 

Inizierò con le sue valutazioni di questo momento «medvedeviano». A mio parere nell’articolo è stato esagerato il carattere di discontinuità fra il corso di Putin e la supposta (!) direzione che invece prenderà Medvedev, così come lo stesso corso di Putin è stato rappresentato in una luce molto idealizzata. L’obbiettivo che Putin si pose non fu la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economa, ma il loro passaggio di mano dall’oligarchia compradora e dai monopoli occidentali ai burocrati statali e ai capitalisti provvisti di una «visione nazionale». Putin è sempre stato e resta un neoliberale in economia, una creatura della restaurazione capitalista, come Medvedev del resto. La questione però è se Putin sia riuscito o meno durante il suo governo a creare una classe borghese in Russia: io penso di no. Ad ogni modo le ultime scoperte effettuate dal gruppo Burcev.ru[2] dimostrano come la «nazionalizzazione» di Putin sia di fatto sfociata nella creazione di un complesso Finanziario-Industriale-Energetico (FIE), monopoli e oligopoli in cui sono fortemente intrecciati apparato burocratico dello Stato, capitalisti privati e i vertici dei servizi segreti e del mondo criminale.

Circa la formazione di questo gruppo riporto un ampio stralcio dal loro studio[3]:
– La suddivisione in uomini delle forze di sicurezza (dirigenti del ministero della Difesa e degli Interni oltre che dei servizi segreti), oligarchi e liberali è errata e con molte storture. Ci sono invece clan e ciascuno di essi è composto da personaggi provenienti da tutte le categorie appena citate. Ad esempio, appartengono al clan di Sechin[4] lo stesso Shvarcman[5] con la sua Finansgrup e i legami con Israele e gli USA, Bogdanov (grande oligarca del periodo di El’cyn) e la sua Surgutneftegaz[6], l’altro oligarca Mordashov (padrone della Severstal)[7], il multimiliardario Kantor (padrone della Arkon)[8] e in parte anche il gruppo finanziario-industriale Alfa[9]. Dall’altra parte, fanno parte del clan di Kudrin[10] (in cui Chubajs[11] ricopre un ruolo analogo a Shvarcman nel clan di Sechin) la ALROSA[12] e la banca Evrofinans[13], nei cui affari sono fortemente rappresentati gli interessi di parte del FSB[14]. Anche in una delle sussidiarie di Gazprom[15], guidata da Usmanov[16], vi sono uomini del FSB che hanno voltato le spalle a Sechin e Bortnikov[17]. In uno Stato burocratico corrotto la nazionalizzazione e la condizione delle aziende statali riflettono anch’essi una falsa coscienza di fondo: quanto sta accadendo oggi per l’appunto nella Federazione Russa. Non parliamo infatti né di aziende statali né di economia di piano sotto il controllo statale come in URSS, ma piuttosto di feudi offerti in premio ai propri vassalli.
Inoltre, con un’amara ironia, il corso di Putin verso una rinnovata sovranità nazionale si è rivelato una prigione per debitori per le compagnie «nazionalizzate», in primo luogo per le strategiche Gasprom e Rosneft’[18]. Sempre dallo studio già citato:
– E’ enorme l’indebitamento estero di Gazprom e Rosneft’, maggiore dell’indebitamento nazionale[19] e dell’entità del fondo di stabilizzazione[20]. Non è chiaro come questi debiti saranno saldati: essi ammontano a più del doppio di tutti gli investimenti esteri in Russia[21]. Le altre aziende statali, come ad esempio la AvtoVAZ[22], non vanno meglio: dopo il passaggio della casa automobilistica sotto il controllo di RosOboronEksport, perdite e costi crescono più che in precedenza di diverse volte, e tutti vi mangiano. In teoria, nell’azienda statale sarebbe assai più facile rispetto all’azienda privata nominare dirigenti normali e non corrotti, se questa però fosse la volontà politica dello Stato. In pratica però tale volontà oggi non esiste e non è ci è dato sapere quando e se esisterà, e se in quel momento le aziende statali non saranno già definitivamente prosciugate e strozzate da debiti divenuti ormai ingestibili. In Gazprom e Rosneft’ tutto lascia pensare a questo.
 
Tuttavia, potrebbe darsi l’ipotesi che la via di Putin alle «nazionalizzazioni» abbia portato alla crescita della produzione industriale, del mercato interno e, ciò che importa maggiormente a noi marxisti, a una crescita numerica della classe operaia? Macché, anche qui non troviamo fondamento per valutare positivamente il suo operato. Le statistiche infatti dicono il contrario: il totale dei lavoratori dell’industria impiegati nella produzione è sceso in sei anni del 7,6%, passando dai 12.297.000 del 2000 agli 11.359.000 del 2006 (quasi un milione di operai in meno). Nello stesso periodo gli occupati nel commercio all’ingrosso e al dettaglio, oltre che nella riparazione di autovetture e oggetti usati, è passato da 8.806.000 a 11.317.000 (due milioni e mezzo in più) con un incremento del 28,5%! Passando poi dal totale degli operai dell’industria all’analisi settore per settore, il quadro assume tinte ancora più fosche. Prendiamo ad esempio la produzione di autovetture e attrezzature: tradizionalmente, è proprio qui che si concentra potenzialmente quella parte di classe operaia più organizzata, più dotata di coscienza politica e quindi più in grado di dirigere anche le altre classi nella lotta. Ebbene, rispetto al 2003 il totale di questi operai è sceso da 1.803.000 a 1.153.000, con un calo del 36%![23]
Così, son costretto ad ammettere che vane sono state le mie speranze[24] che il corso nazional-liberale di Putin potesse condurre la Russia sulla strada di uno sviluppo capitalistico indipendente, “a una ripresa su vasta scala dell’industria nazionale, […] nonché al riformarsi e ampliarsi del mercato interno”.
 
Allo stesso tempo non si può negare che Putin ha avuto successo nel migliorare la situazione internazionale della Russia, nel fermare la decadenza delle sue forze armate e del complesso militare industriale, iniziandone sotto alcuni aspetti anche la loro ricostruzione. E’ stata repressa la fronda dei burocrati regionali e del separatismo armato, mezzi di comunicazione di massa strategici sono stati tolti dalle mani degli oligarchi e posti sotto il controllo dello Stato, è stata accumulata una fortuna in riserve auree e valutarie, è migliorato il tenore di vita della maggior parte della popolazione, anche la situazione demografica è iniziata a migliorare. Se nel 1999 la Russia stava a un centimetro dalla catastrofe, ora sta a un metro: è sempre vicino, ma cento volte più lontano rispetto a 8 anni fa soltanto. In questo sta il maggior merito di Putin, guida del rinnovamento russo.
 
Dire però, come fa il compagno Jakushev, che “Putin si è sostituito ai comunisti nell’infondere nel popolo la speranza in un capitalismo nazionale giusto ed efficiente”, è nel migliore dei casi uno scherzo di cattivo gusto, che confonde ancor più le idee a quei nostri connazionali, già confusi senza bisogno di quest’ultimo contributo, e che nonostante le amare esperienze del passato aspettano ancora con fiducia di sentire qualcosa di chiaro dai marxisti russi. Ad ogni modo in piena coscienza dichiaro nero su bianco: mai, in nessuna condizione, i comunisti hanno infuso, infondono o infonderanno nel popolo «la speranza in un capitalismo nazionale giusto ed efficiente». Al contrario, i sostenitori del Manifesto comunista hanno sempre considerato, considerano e considereranno come loro primi doveri la lotta contro simili illusioni ideologiche, la propaganda della critica scientifica al capitalismo e alla società borghese, nonché l’organizzazione della classe operaia per rovesciare il potere del capitale. Se il «popolo spera» in Putin, tanto peggio per il «popolo», dal momento che esso deve sperare solo su se stesso, sulla sua organizzazione, sul suo Partito e sui suoi Consigli. Per cosa altrimenti esistono ancora marxisti istruiti come il compagno Jakushev se non per chiarificare tale semplice concetto nella coscienza del «popolo» ?
 
Esaminiamo ora brevemente le tesi dell’Autore circa la posizione della Russia all’interno del sistema imperialista. A riguardo si possono trarre conclusioni come appare la borghesia russa nel «posto d’onore» che occupa nel sistema dell’imperialismo, a seconda di come essa votò nel quartiere Khamovniki e nell’Arbat alle ultime elezioni. Io non ho la sfera di cristallo per vedere dentro l’anima collettiva del capitalismo russo. Ma anche se il compagno Jakushev ha ragione quando dice che le nostre borghesia e burocrazia non hanno al momento «alcun disegno imperialista proprio», questo però non significa che un bel giorno tali ambizioni non si possano manifestare in loro. Perché infatti nutrire oggi tali ambizioni, quando si sa benissimo che non è ancora possibile realizzarle? Come mai potrebbe oggi la nostra borghesia “trarre profitto dalla crisi economica mondiale o dal potenziale bellico ereditato dall’URSS per mantenere vaste aree di pianeta sotto il proprio controllo”? Davvero l’Autore pensa alla possibilità concreta oggi di ristabilire i confini che aveva l’Impero Russo fino al 1917, oppure la conquista dell’Europa centrale, oppure nel peggiore dei casi della Crimea? Davvero queste conclusioni circa il «carattere della borghesia russa» mi appaiono senza fondamento.
 
Come ogni caporale porta nella sua giberna il bastone di maresciallo[25], così la borghesia di ogni grande Paese reca in sé il germe dell’imperialismo. Non potrebbe essere altrimenti, giacché la lotta delle borghesie nazionali per l’egemonia regionale e infine mondiale è una legge dell’ultimo stadio del capitalismo[26]. Tuttavia, anche soltanto per compiere il primo passo in questa lotta, la borghesia nazionale deve possedere un’organizzazione, una classe politica e dei dirigenti propri. Non vedo ancora nulla di simile a ciò nella nostra borghesia nazionale: dove sono i suoi Napoleone, Bismarck, Miljukov[27], Chamberlain, Teddy Roosvelt e Churchill? Semplicemente non ci sono, poiché la borghesia russa ancora i calzoni corti e si trova nel processo della sua formazione in quanto classe. Ancora non governa, ma soltanto studia.
Potrebbe però anche essere che la nostra borghesia possegga un qualche innato difetto di «carattere», che la condanni sin dall’inizio a un’esistenza da invertebrato a margine dell’ultraimperialismo occidentale[28]? Ammessa e non concessa la validità di tale concetto, non è tuttavia compito dei marxisti lamentarsi di ciò. Tuttavia esiste questa possibilità? Non penso, anzi ritengo vero il contrario: le circostanze in cui questa classe è nata in Russia, la sua composizione e la consapevolezza mi fanno credere che, qualora si presentasse il caso di una nuova spartizione della torta mondiale, i nostri capitalisti non si sottrarranno alla lotta; e stiamo pur sicuri che non andranno in una battaglia in cui non abbiano una qualche possibilità di vittoria.
 
Il motivo penso che risieda nei tratti inediti che differenziano la formazione in Russia di una borghesia nuova, postsovietica e di un’economia capitalista. In primo luogo, essa nasce dal saccheggio in piena regola della proprietà statale, creata dall’intero popolo sovietico. Tale genesi la differenzia nettamente dai suoi omologhi statunitensi e dell’Europa occidentale, che sì saccheggiavano, ma non ai danni delle fabbriche e delle ferrovie, bensì per costruirle. L’industrializzazione in Occidente inizia con la rapina violenta, la pauperizzazione e la proletarizzazione dei contadini, degli artigiani e dei popoli colonizzati. La nuova borghesia russa si crea sul saccheggio dell’industria sovietica, sulla rovina della classe operaia e dell’intelligenza professionale, della scienza e della cultura della società socialista.
 
In secondo luogo, a differenza della borghesia occidentale, la nostra nasce dalla lumpenizzazione[29] di frammenti dei gruppi sociali sovietici, di affaristi dell’economia ombra e di delinquenti comuni. Definisco lumpen quelle persone che a un certo punto si son staccate dal proprio gruppo sociale, dalle funzioni e relazioni sociali in cui operavano, oltre che dalle loro rappresentazioni ideologiche e norme etiche che li governavano, per «cambiare il loro destino». In altre parole parliamo di una nuova classe sociale, la lumpenborghesia, classe di particolare aggressività, energia e cinismo distruttivi che, a differenza della borghesia occidentale, non possiede alcun pregiudizio culturale o tradizione che in qualche modo la limiti. E questa classe, come ha ben sottolineato il compagno Jakushev, possiede anche l’arsenale nucleare il complesso militare-industriale sovietico. Immaginatevi cosa ci si può aspettare da una classe dominante fatta di uomini che hanno saccheggiato il proprio popolo e condannato a morte milioni di connazionali. Inoltre non esistevano steccati di classe, un loro essere casta, a separare questi esseri dalle loro vittime, come invece fu in Occidente nel periodo dell’accumulazione originaria[30]. Il motivo è psicologico: in questo modo scivola con più leggerezza l’esercizio della violenza verso gli esponenti di altre classi e culture, allo stesso modo con cui i nazisti riuscirono a portare i tedeschi a razziare e sterminare altri popoli. Tuttavia, nemmeno i nazisti annientarono direttamente il proprio popolo. Chi invece riuscì dove neppure i nazisti erano arrivati? Membri del Politburo, impiegati sovietici, burocrati, sportivi, generali, funzionari corrotti con le spalle protette dal potere, professori, uomini dei servizi segreti, direttori di fabbriche e kolkhoz, ingegneri, artisti, uomini del mercato nero, ministri, agenti di polizia, segretari dei comitati amministrativi regionali e provinciali, trafficanti, studiosi accademici e altri «semplici uomini sovietici». La loro operazione Barbarossa questa volta ebbe successo. Ora, non è forse in grado questa siffatta classe di diventare imperialista? A mio parere, essa lo dovrà diventare prima o poi e lo farà non di nascosto, ma davanti ai nostri occhi. 
 
traduzione dal russo di Paolo Selmi per www.resistenze.org

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[1]            Traduzione integrale su Resistenze.org http://www.resistenze.org/sito/te/po/ru/poru8e21-003144.htm
[2]          Il gruppo di ricerca Burcev.ru (http://left.ru/burtsev/) nasce “nel 2002 per lottare contro le provocazioni della polizia e dei servizi segreti imperialisti all’interno dei movimenti operaio e di sinistra” (trad. dalla pagina iniziale). Questo gruppo di controinformazione si chiama così in onore di Vladimir Burtsev (il quale negli anni fra le rivoluzioni del 1905 e del 1917 smascherò numerosi agenti provocatori zaristi, guadagnandosi la fama di “Sherlock Holmes della Rivoluzione”, una scheda in inglese su wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Vladimir_Burtsev) e molti dei suoi materiali sono disponibili in inglese (http://left.ru/burtsev/index_en.html)
[3]          Tratto da “Il quarto principio del Judo: la rivoluzione non verrà dall’alto” (Четвертый принцип дзюдо, или Революции сверху не будет, http://www.left.ru/2008/1/burtsev170.phtml ): si ironizza sulla vulgata, ampiamente reclamizzata dai mezzi di comunicazione ufficiali che vuole Putin, da buon sesto dan di Jūdō, ispirarsi in politica sia interna che estera ai principi della “Via della cedevolezza” (柔道): in virtù di questa condotta egli avrebbe man mano acquisito posizioni di forza nonostante il pesante lascito di El’cyn. Questi principi sono riassumibili nell’espressione taoista cinese “Ciò che cede può ottenere il controllo di ciò che è duro” (柔能制刚), che divenne patrimonio comune di gran parte dell’Asia Orientale (cfr. il calco giapponese 柔能く剛を制する) al punto che Kanō Jigorō su di essa si basò per codificare la moderna arte marziale. Nata in Cina, questa idea quindi divenne Via (道, giapp. Dō, cin. Dào) in Giappone e, tramite essa, metodo applicato all’ars politica in Russia: questo almeno riporta la leggenda, con un parziale fondo di verità, di Vladimir “vaso di coccio” divenuto “vaso di ferro”.
[4]          Igor’ Ivanovich Sechin, appartenente alla prima categoria citata, formata dai cosiddetti “siloviki” (силовики), uomini che detengono posti chiave all’interno dei ministeri della Difesa e degli Interni, nonché dei servizi segreti. Il suo cursus honorum lo veder ricoprire posizioni di responsabilità sempre maggiori prima nei servizi di sicurezza, poi con Putin nella pubblica amministrazione. Attualmente è, in quanto suo uomo di fiducia, uno dei 5 vicepresidenti del consiglio, dopo essere stato per anni vicedirettore dell’amministrazione della presidenza della repubblica. Una breve scheda su http://en.wikipedia.org/wiki/Igor_Sechin .
[5]            Shvarcman (Schwartzman) Oleg Sergeevich, presidente del gruppo “Social’nye Investicii”, titolare e presidente del gruppo industriale-finanziario Finansgrup, nonché grande azionista di aziende nel settore minerario ed energetico (cfr. la pagina su http://www.anticompromat.ru/sechin/shvarzbio.html)
[6]          Il quarto produttore russo di petrolio, posseduto dal 1993 dall’oligarca Vladimir Bogdanov (una scheda in inglese su http://en.wikipedia.org/wiki/Vladimir_Bogdanov)
[7]          Il secondo produttore russo di acciaio nonché grande attore dell’industria estrattiva nazionale , posseduto dal 2004 dall’oligarca Aleksej Mordashov (per una ricostruzione della sua scalata alla Severstal di cui nel 1992 era direttore, la quale poi rispecchia il procedimento tipico seguito da gran parte dei cosiddetti “oligarchi” per accumulare “dal nulla” un capitale immenso, cfr. sul sito della BBC http://news.bbc.co.uk/1/hi/business/5019588.stm)
[8]          Il gruppo Arkon, inizialmente un’azienda di Nizhnyj Novgorod privatizzata nel ’92 che, dopo essere stata acquistata da Vjacheslav Kantor insieme a successive acquisizioni (Per una breve scheda delle prodezze compiute da questo oligarca che attualmente risiede in Svizzera cfr. http://www.forbes.com/finance/lists/75/2004/LIR.jhtml?passListId=75&passYear=2004&passListType=Person&uniqueId=2QMF&datatype=Person), costituisce oggi uno dei maggiori produttori in Europa nel settore dei fertilizzanti (fonte: Kommersant, “Chemical Industry 1991-2000” http://www.kommersant.com/p282103/r_28/Chemical_Industry_1991-2000/).
[9]          Cfr la loro presentazione sul sito ufficiale: http://www.alfagroup.org/104/About.aspx
[10]        Aleksej Leonidovich Kudrin, Ministro delle Finanze dal 2000, presidente del consiglio di controllo della Banca del commercio estero (Vneshtorgbank, insieme alla Sberbank, le due maggiori banche russe, controllate a loro volta dalla Bank Rossii (Banca di Russia), di proprietà statale) e del colosso dei diamanti Alrosa (statale, copre il 97% della produzione russa e il 25% di quella mondiale).
[11]        Anatolij Borisovich Chubajs, economista e politico russo protagonista delle sciagurate liberalizzazioni degli anni ’90, attualmente a capo della più grande azienda russa nel settore energetico, la EES Rossii (ЕЭС России, Sistema Energetico Unificato di Russia, Единая энергетическая система России), società per azioni posseduta per il 52% dallo Stato, produttrice del 70% dell’elettricità russa. Una scheda su Chubajs in inglese su http://www.rusnet.nl/encyclo/c/chubais.shtml.
[12]        Questo colosso industriale (cfr. la pagina in inglese sul sito ufficiale http://eng.alrosa.ru/) deve tutto alla scoperta in epoca sovietica dei giacimenti diamantiferi della Jakutia (per una breve presentazione di questa regione cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_di_Sakha ), immensa regione siberiana (tre fusi orari) dove tutt’oggi sono estratti il 90% dei diamanti e il 24% dell’oro russo.
[13]        La Evrofinans Mosnarbank (Еврофинанс Моснарбанк), frutto della fusione nel 2003 fra le due banche, si qualifica come creatura ed erede delle banche russe residenti all’estero (Banque Commerciale pour l’Europe du Nord – EUROBANK (Parigi) e Moscow Narodny Bank Ltd (Londra)), nonché della sovietica Vneshekonombank (responsabile per conto del governo di saldare i conti esteri dell’URSS). Controllare questa banca significa quindi poter gestire i rubinetti che aprono o chiudono il flusso di denaro da e per la Russia. (Per una presentazione in inglese dal sito ufficiale, cfr. http://www.evrofinance.ru/en/about/aboutbank/history/)
[14]        La Federal’naja Sluzhba Bezopasnosti, ovvero il servizio di sicurezza federale, è l’organizzazione che ha raccolto maggiormente l’eredità del KGB. Unicamente per la completezza informativa, cfr. le schede su FSB (http://www.agentura.ru/english/dosie/) e KGB (http://www.agentura.ru/english/dosie/ussrkgb/) del sito agentura.ru.
[15]            Contrazione di Gazovaja Promyshlennost’ (Газовая промышленность, “Industria del Gas”) è la più grande compagnia russa ed il maggiore estrattore al mondo, posseduta per il 50,002% delle azioni dallo Stato russo. Un’ottima scheda su http://it.wikipedia.org/wiki/Gazprom
[16]        Alisher Burkhanovich Usmanov, potente oligarca padrone della Metalloinvest (colosso industriale che comprende industrie minerarie e metallurgiche, http://metinvest.com/eng/), nonché presidente della Gazprominvest (a cui si riferisce l’Autore), sussidiaria del colosso energetico russo che si occupa delle “transazioni economiche più delicate” (cfr. la scheda in inglese su http://en.wikipedia.org/wiki/Alisher_Usmanov)
[17]            Alexander Vasilyevich Bortnikov, direttore del FSB dal 12 maggio 2008 e nel consiglio di amministrazione della maggiore compagnia marittima russa, la Sovkomflot.
[18]            Роснефть (sito ufficiale http://www.rosneft.com/), posseduta al 100% dallo Stato, è una delle maggiori compagnie petrolifere e gestisce circa 300 fra giacimenti petroliferi e di gas. Igor’ Sechin ne è il segretario.
[19]      Dato facilmente verificabile aggregando i dati ufficiali restituiti da varie fonti:
            Debito netto (miliardi di usd) nel 2007
            Gazprom                              $578,00
            Rosneft                                $26,30
            Federazione Russa               $459,60
            Fondo di stabilizzazione      $144,43
(fonti: Banka Rossii (http://www.cbr.ru/eng/statistics/credit_statistics/print.asp?file=debt_currency_07_e.htm); upstreamonline.com (http://www.upstreamonline.com/live/article145329.ece ; http://www.upstreamonline.com/live/article151970.ece); Ministero delle finanze russo (http://www1.minfin.ru/en/stabfund/statistics/aggregate/))        
[20]        Il Fondo di stabilizzazione (abbr. StabFond, Стабилизационный фонд Российской Федерации) nasce il 01/01/2004 come strumento del bilancio statale per compensare eventuali perdite derivate da un calo del prezzo del greggio sotto un valore limite (fissato a usd 27 al barile), ma in nemmeno un anno ha visto cambiare radicalmente funzioni e modalità di gestione: esso infatti, così come da legge interviene in caso di calo del prezzo sotto la soglia data, funziona all’inverso in caso di prezzo maggiore, ovvero si alimenta in entrata della tassa sull’estrazione mineraria e del dazio all’esportazione di greggio che automaticamente entrano in funzione (un’introduzione al funzionamento di queste tasse in “Russia’s Oil Tax” su http://www.forbes.com/2007/06/14/russia-oil-taxes-biz-cx_0615oxford.html). Il Fondo ha così iniziato a ingrossarsi sin da subito, raggiungendo già a fine anno la soglia di 500 miliardi di rubli (Fonte: http://www1.minfin.ru/common/img/uploaded/library/no_date/2007/rub2004_eng.pdf ). A questo punto la legge consentiva di reimpiegare quanto eccedeva questo valore per appianare il debito pubblico e per altre finalità: quello che è stato fatto, per l’appunto. Il dettaglio di come sono stati spesi questi soldi è disponibile sempre sul sito del Ministero delle Finanze (http://www1.minfin.ru/en/stabfund/statistics/balances/index.php?pg4=1), tuttavia per un’idea basti pensare che con queste eccedenze il governo russo già nel 2005 ha saldato i conti con il FMI, con i Paesi del Club di Parigi, nonché ha appianato il debito del Fondo pensioni (http://www1.minfin.ru/en/stabfund/about/). Dal 1 febbraio 2008, lo StabFond è stato diviso in un Fondo di Riserva (Резервный фонд), destinato a coprire eventuali perdite derivate dal calo del prezzo del greggio, e un Fondo del benessere della Nazione (Фонд национального благосостояния), destinato a finanziare il Fondo pensioni e a incrementare di valore i contributi previdenziali dei lavoratori russi.
[21]      Il testo originale riporta “più della metà”, ma controllando gli importi degli investimenti esteri in Russia, questo è il risultato:
            Totale investimenti esteri accumulati a marzo 2008                 220,6 miliardi di usd
            Totale investimenti esteri nel 2007                                           120,9 miliardi di usd
            (Fonti: InformEst: http://www.informest.it/news/dettaglioNews.aspx?id=11-250208-164440N ; RIA Novosti: http://en.rian.ru/business/20080222/99902135.html)
            I prestiti (e non gli investimenti diretti) costituiscono il 50,2% degli investimenti esteri accumulati: è un dato interessante perché da un punto di vista strutturale è radicalmente diverso dagli investimenti fatti ad esempio in Cina (dove soltanto nel 2006 gli investimenti diretti interessavano aziende responsabili da sole per il 27% del totale prodotto – Fonte: US-China Business Council http://www.uschina.org/info/forecast/2007/foreign-investment.html): penso che questo sia proprio il dato a cui l’Autore si stesse riferendo e ho quindi corretto conseguentemente.
[22]        Meglio conosciuta col marchio Lada (http://www.lada-auto.ru/), è la maggiore casa automobilistica russa e dell’Europa dell’Est (su wikipedia meglio la pagina francese http://fr.wikipedia.org/wiki/AVTOVAZ).
[23]        N.d.A.: Fonte: Annuario statistico russo – 2007 (http://www.gks.ru/bgd/regl/b07_13/Main.htm)
[24]            L’Autore si riferisce alla seconda e ultima parte di un suo scritto del 2004 apparso sul 5° numero della rivista Left.ru, dal titolo “Voto per Putin” (Голосую за Путина, http://www.left.ru/2004/5/baumgarten104.html)
[25]        Frase attribuita a Napoleone: “Tout soldat français porte dans sa giberne le bâton de maréchal de France”
[26]        Circa la nozione di “legge” all’interno del pensiero marxista russo (e non solo) cfr. la definizione data dal manuale scolastico di economia politica per le scuole di partito in URSS (Mosca, Politizdat, 1971, cap. I p.11 “Le leggi economiche dello sviluppo sociale”, http://www.bibliotecamarxista.org/collet%20urss/Economia%20Politica%20Manuale%20CAP.%20I.pdf   )
[27]        Pavel Miljukov, capo del Partito costituzionale democratico (di ispirazione liberale borghese); una scheda in inglese su wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Paul_Miliukov.
[28]        Con il termine di ultraimperialismo l’Autore intende, come più tardi si sentirà in dovere di precisare, “l’alleanza strategica dei Paesi imperialisti grandi e piccoli sotto l’egemonia politica, militare ed economica degli USA (gli USA sull’Europa, la Germania sotto l’Europa)”, costruita sulle macerie del secondo conflitto mondiale. Tale concetto fu coniato da Kautskij nel 1915 (che lo definisce “lo sfruttamento globale del mondo da parte del capitale finanziario, unito su scala internazionale”) e fu aspramente criticato da Lenin, in quanto portatrice di “socialsciovinismo” e fonte di legittimazione per “l’unione degli opportunisti e dei partiti socialdemocratici ufficiali con la borghesia e la loro rinuncia alla tattica rivoluzionaria” (“Il fallimento della Seconda Internazionale”, http://www.bibliotecamarxista.org/lenin/volume%2021/len21fal.htm). Nonostante i tentativi di attualizzarne il significato a fine secolo in pieno dominio del “pensiero unico” (cfr. Odile Castel, “La nascita dell’ultra-imperialismo. Una interpretazione del processo di mondializzazione”, pubblicata su Actuel Marx nel 1999 e tradotta su http://www.intermarx.com/temi/odile.html), personalmente ritengo con il nuovo millennio questa lettura sia stata messa in crisi dai fatti: la formazione oggi di un mondo multipolare e di contraddizioni interimperialistiche sempre più esplosive fra i vari blocchi rende allo stato attuale impossibile l’esistenza di uno “sfruttamento globale del mondo da parte del capitale finanziario, unito su scala internazionale”.
[29]        Dal tedesco Lumpen (straccio), è il termine che Marx aggiunge a “proletariat” nella parola composta (Lumpenproletariat) che noi rendiamo in italiano con “sottoproletariato” (cfr in particolare “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”): termine improprio e foriero di equivoci, perché il “proletariato straccione” non necessariamente è più misero del proletariato propriamente detto, anzi: arraffare, truffare, rubare, spesso portano a un tenore di vita più alto di chi vive del proprio lavoro. Per un approfondimento cfr. la voce corrispondente nel “Dizionario enciclopedico marxista” a cura di resistenze.org (http://www.resistenze.org/sito/ma/di/di/mddis1.htm). Proprio con questa accezione di lumpen inteso come “modus vivendi”, esiste il termine “borghesia stracciona” (lumpenbourgeoisie), dalla mentalità arraffona e di rapina analoga a quella del lumpenproletariat: è per questo che l’Autore lo associa alla nuova borghesia russa.
[30]        Sul concetto di accumulazione primitiva o originaria, cfr. la voce corrispondente nel “Dizionario enciclopedico marxista” a cura di resistenze.org (http://www.resistenze.org/sito/ma/di/di/mddia0.htm)